Potenza e Atto

Il momento in cui la musica rivela maggiormente tutta la sua potenza è quel piccolo istante che intercorre tra la fine del silenzio e l’ atto del suono.
Incontro Josuè in chat e gli sottopongo questa frase.
Sojué scrive:
Io, poco tempo fa, da qualche parte, ho scritto che la musica é quel momento in cui smetti di fare, perché solo cosí ascolti. È esattamente la cosa opposta! Ma la musica é esprimere se stessi o percepire se stessi? O forse é l’alternarsi di tutti e due? Dobbiamo forse tornare a quella vecchia regola del mondo degli opposti che in musica é tensione e distensione.

Marco De Biasi scrive:
Forse, per capire se siamo d’accordo oppure no, è meglio puntualizzare e analizzare.
Tu parli di ciò che la musica è o potrebbe essere, io invece parlo di una delle cose che la musica fa.
Nel tuo caso dipende da cosa fai e da cosa ascolti. Se per fare intendi suonare, allora, nel momento in cui smetti di suonare, per poter ascoltare ancora della musica, devi assolutamente riferirti ad un altro tipo di realtà, che non sia quella meramente sensibile, e ad un altro tipo di musica, che non si ascolti con le orecchie ma con il cuore. In questo senso riusciresti a passare dalla dimensione nella quale la musica si manifesta in maniera fisica come espressione della volontà della natura, alla dimensione nella quale potresti cogliere, se veramente fossi in grado di sentirla, la volontà stessa, il cuore del mondo.
Nel caso in cui invece tu intenda, per smettere di fare, il semplice uso meccanico delle dita, allora le cose cambiano. Ci stiamo riferendo, in questo caso, sempre allo stesso oggetto: la musica che stiamo suonando. Ma mi sembra di capire che lo smettere si riferisca al trascendere l’atto del suonare e al rivolgere la propria attenzione solamente all’oggetto prodotto. In questo caso, entreremmo nel cuore della volontà della natura e potremmo sentirci parte di questa volontà, poiché l’uomo è parte della natura.
Riguardo a quanto ho detto io, ti dico che intendevo parlare di silenzio e di suono, di bianco e di nero. Il silenzio è come uno stato di gestazione nel quale si prepara il suono, è musica in potenza. Tutta l’energia che riusciamo ad incanalare nel momento che precede il suono si trasformerà in musica in modo direttamente proporzionale alla combinazione della quantità e della qualità dell’energia stessa. Nel momento in cui il parto è avvenuto, ossia quando il suono è stato prodotto, tutta l’energia accumulata si è risolta nel medesimo istante in cui il suono è stato emesso. Quello che rimane è il suo movimento che lo porta a chi lo ascolta. Se l’energia impressa a tale movimento sarà positiva e pertinente, allora il nuovo essere che è appena stato messo al mondo, crescerà bene, darà buoni frutti e percorrerà molta strada, viceversa, i suoi movimenti diventeranno goffi e non gli consentiranno di giungere a destinazione. Ma siccome ciò che ci interessa della musica non è l’atto della sua gestazione ne il momento della sua morte, ma la sua nascita e la vita che scorre in essa, allora dobbiamo rivolgere lo sguardo lì dove la sua forza si sprigiona con maggior evidenza. Tale forza si esprime nella tensione esistente tra il suo essere in potenza e l’atto che la rende tale. La tensione vive nell’ istante in cui la potenza si risolve in atto, la distensione vive nel godimento del suono prodotto.
Per venire poi alla questione riguardo alla quale la musica esprima noi stessi o aiuti a percepire noi stessi, credo che forse la domanda sia mal posta. Nel momento in cui noi percepiamo noi stessi e siamo in grado di ascoltarci dall’ interno, allora entriamo nella condizione ideale per poter percepire la musica. Il grado di consapevolezza che ci consente di percepire noi stessi determina anche il modo in cui siamo in grado di esprimere la musica. Chiaramente, quando suoniamo , non suoniamo la musica, ma filtriamo la musica che dobbiamo suonare, attraverso la nostra sensibilità. Quindi chiaramente esprimiamo una parte di noi.